L’Unione Europea si trova oggi a un bivio pericoloso, spinta verso una federazione forzata non da una visione condivisa di progresso e unità, ma dalla paura e dalla coercizione. Il piano di riarmo da 800 miliardi di euro proposto dalla Commissione Europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, rappresenta un passo inquietante verso la militarizzazione del continente, mascherato da un’apparente necessità di difesa comune.

Questo progetto, denominato “ReArm Europe“, prevede un aumento della spesa militare dal 2% al 3% del PIL europeo nei prossimi quattro anni, con 650 miliardi provenienti dai bilanci nazionali. Tuttavia, incrementare il budget senza una struttura militare unificata e un comando politico supremo è come costruire una casa senza fondamenta: destinata a crollare.

La storia ci offre un esempio illuminante con Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, che nel 1790 propose di unificare i debiti dei singoli Stati per rafforzare l’Unione nascente. Ma quella era una scelta consapevole per costruire una nazione più forte, non una reazione istintiva a minacce esterne.

Oggi, invece, l’Europa sembra muoversi con la pistola puntata alla tempia, costretta a unirsi non per volontà propria, ma per timore di aggressioni esterne. Questo non è il sogno europeo che ci è stato promesso; è una caricatura distorta, dove la solidarietà è sostituita dalla paura e la cooperazione dalla coercizione.

Le critiche al piano di von der Leyen non provengono solo dai soliti scettici. In Italia, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per esprimere il loro dissenso verso la proposta di riarmo dell’UE, preoccupate per l’impatto sul debito nazionale e sulla coesione sociale.

Anche all’interno del Parlamento Europeo, il piano ha incontrato resistenze significative, con 204 voti contrari e 46 astensioni, segno di una profonda spaccatura politica.

La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha espresso riserve sul piano, criticando l’uso del termine “riarmo” e opponendosi all’utilizzo dei fondi di coesione per l’acquisto di armi.

Ma il vero punto debole di questa strategia è la mancanza di un’analisi complessiva delle sfide alla sicurezza europea. La Russia rimane una minaccia concreta, ma il conflitto in Ucraina ha mostrato che Mosca non ha la forza per lanciare un’invasione su vasta scala contro l’Occidente. Piuttosto, il vero pericolo è l’instabilità cronica ai confini orientali dell’Europa, con stati deboli e conflitti congelati pronti a riesplodere in ogni momento.

Al contempo, il fronte sud dell’Unione è sotto pressione costante. L’immigrazione irregolare continua a essere una sfida epocale, non solo per l’impatto sociale ed economico, ma per le implicazioni di sicurezza legate alla gestione di flussi incontrollati. Finora, l’UE ha reagito con misure tampone, senza una strategia chiara e condivisa.

Poi c’è l’America. Per decenni l’Europa ha potuto contare sull’ombrello protettivo degli Stati Uniti, ma l’elezione di Donald Trump ha sconvolto questo equilibrio. La sua politica di isolazionismo e il disprezzo mostrato per gli alleati europei ha dimostrato che l’America non è più il partner fidato di un tempo.

Con un mondo sempre più instabile, ha senso lasciare decisioni così cruciali nelle mani di una Commissione non eletta direttamente dai cittadini europei? Perché i popoli d’Europa devono subire scelte prese nei palazzi di Bruxelles senza un vero mandato democratico? Forse è arrivato il momento di ripensare radicalmente il processo decisionale dell’Unione. Se davvero dobbiamo costruire una federazione europea, allora i cittadini devono poter scegliere chi la guida. Un presidente della Commissione Europea eletto direttamente dal popolo potrebbe rappresentare il primo passo verso un’Unione più legittima e meno calata dall’alto.

L’Europa ha bisogno di unità, ma non di un’unione imposta con la paura e il debito. Se il sogno degli Stati Uniti d’Europa deve realizzarsi, che lo sia con la volontà dei cittadini, non con la coercizione delle élite.