Dopo il caso di Luigi Mangione, arrestato come sospetto nell’assassinio di Brian Thompson, CEO di una compagnia assicurativa sanitaria, e festeggiato online come un “ribelle”, vale la pena esplorare l’ipotesi che fatti come questo possano ripetersi, fino a diventare un vero e proprio fenomeno globale.
Inflazione alle stelle, divario tra i super ricchi e il resto della popolazione, scomparsa della classe media, promesse degli Stati e della scuola che vengono disattese quando i giovani si trovano in mondo molto più cattivo e disinteressato di quello che sono stati preparati ad affrontare. Stiamo andando Verso una jihadizzazione della gioventù occidentale?
Il termine “jihadizzazione” evoca immediatamente un contesto religioso, ma nel caso della crescente radicalizzazione giovanile in Occidente, il concetto si riferisce più ai metodi che alla fede. Si tratta di una forma di estremismo che si sviluppa attraverso dinamiche di isolamento, costruzione di una narrativa di ingiustizia, ricerca di una causa assoluta e, infine, legittimazione della violenza come strumento di riscatto. Proprio come i movimenti jihadisti hanno attratto giovani disillusi con la promessa di un nuovo ordine e di un’identità forte, il radicalismo giovanile occidentale sta generando individui e gruppi che vedono nel conflitto violento una risposta alle loro frustrazioni. Questo fenomeno, pur non avendo una guida ideologica unitaria, utilizza meccanismi molto simili a quelli dell’estremismo religioso: l’alienazione sociale, la ricerca di capri espiatori e la diffusione di un’ideologia antagonista rispetto al sistema dominante.
Il caso di Luigi Mangione: un simbolo della nuova radicalizzazione
Un esempio recente di questa tendenza è il caso di Luigi Mangione. Il suo gesto ha scatenato reazioni contrastanti: da una parte, la condanna unanime da parte delle istituzioni e dei media mainstream, dall’altra, un’ondata di sostegno online senza precedenti. La raccolta fondi per la sua difesa legale ha superato i 700.000 dollari in pochi giorni, segno di una crescente simpatia per le azioni estreme contro il sistema. Questo episodio ha spinto molti analisti a interrogarsi sulle radici del fenomeno e sulla sua possibile evoluzione.
L’intervista a Gia Tolentino per il New Yorker ha approfondito il modo in cui l’omicidio di Brian Thompson, CEO di United Healthcare, abbia generato reazioni contrastanti. Tolentino sottolinea che, sebbene pubblicamente molti abbiano condannato l’atto, in privato e sui social media l’opinione diffusa sia stata più ambigua, con un evidente senso di soddisfazione da parte di chi percepisce il sistema sanitario americano come profondamente ingiusto.
L’autrice riprende il concetto di “omicidio sociale” di Friedrich Engels e di “violenza strutturale” elaborato negli anni ’60, per sostenere che la negazione di accesso ai bisogni essenziali, come la sanità, costituisce essa stessa una forma di violenza sistemica. Se il sistema nega cure mediche a chi non può permettersele, condannandolo alla sofferenza e alla morte, allora il CEO di un’azienda che genera miliardi di profitti grazie a queste esclusioni può diventare, agli occhi di alcuni, un bersaglio legittimo. Questo spiega l’ondata di supporto per Mangione, percepito non come un semplice assassino, ma come un simbolo di ribellione.
La percezione della vulnerabilità e la giustificazione della violenza
Uno studio condotto dal Moral Understanding Lab e riportato su Substack da Kurt Gray, Helen Devine e Sam Pratt, ha analizzato come la percezione della vulnerabilità influenzi la moralità delle azioni violente. Secondo la ricerca, esiste una forte divergenza tra progressisti e conservatori nel giudicare chi sia realmente una vittima.
I progressisti tendono a vedere i potenti, come i CEO, come figure incapaci di soffrire e quindi non meritevoli di empatia, mentre i conservatori li considerano vittime al pari di chiunque altro, riconoscendo la loro capacità di essere danneggiati. Questo fenomeno si collega alla teoria del moral typecasting, secondo cui le persone tendono a classificare gli individui in due categorie nette: carnefici o vittime. Quando un individuo è percepito come un oppressore, il pubblico fatica a vederlo anche come una vittima, minimizzando la gravità del danno subito. È lo stesso meccanismo che ha portato a reazioni fredde o persino compiaciute nei confronti dell’affondamento del sommergibile OceanGate, che ha ucciso cinque miliardari.
Le diverse forme di radicalizzazione giovanile
Il caso Mangione non è isolato. In tutto l’Occidente emergono segnali di una generazione sempre più incline all’estremismo. Nelle periferie europee e nelle banlieues francesi, molti giovani, spesso figli di immigrati, si radicalizzano in risposta alla discriminazione e alla marginalizzazione economica. In parallelo, il neonazismo nel Nord Europa sta attirando giovani delusi dal multiculturalismo e dalla crisi dell’identità nazionale, mentre il jihadismo solitario in Germania e nel Regno Unito coinvolge individui isolati in cerca di uno scopo. Altri ancora, come le baby gang in Italia e negli Stati Uniti, vedono nella violenza una forma di affermazione sociale.
Questi fenomeni, pur con motivazioni diverse, hanno un denominatore comune: l’insoddisfazione dei giovani nei confronti di un sistema percepito come ingiusto e inaccessibile.
Le cause della radicalizzazione giovanile
Le ragioni dietro questa escalation possono essere identificate in una serie di fattori concatenati. Il primo è il declino della mobilità sociale, che ha trasformato la promessa meritocratica occidentale in un’illusione. In parallelo, la sfiducia nelle istituzioni cresce a causa di scandali politici e corruzione. La frustrazione sessuale e l’isolamento sociale, evidente nel fenomeno degli incel, dimostrano come molti giovani uomini si sentano esclusi dalla società. La cultura online, dominata da narrazioni di destra, riesce a catalizzare questi sentimenti di alienazione molto più efficacemente della sinistra, mentre l’emancipazione femminile ha destabilizzato alcuni uomini, incapaci di adattarsi a una nuova realtà in cui non hanno più un ruolo dominante garantito.
Conclusione: un nuovo paradigma di radicalizzazione
Se casi come quello di Mangione dovessero moltiplicarsi, l’Occidente potrebbe trovarsi di fronte a un nuovo tipo di radicalismo giovanile: una jihadizzazione della gioventù occidentale. Questo fenomeno potrebbe seguire le stesse dinamiche già viste con il jihadismo tradizionale, ma con motivazioni completamente diverse. Così come il terrorismo islamista ha trovato nei “lupi solitari” il proprio modus operandi, il radicalismo occidentale potrebbe svilupparsi attraverso individui isolati, immersi in ambienti digitali tossici. Chat private, forum anonimi e gruppi Telegram carichi d’odio diventano incubatori di frustrazione e risentimento, spingendo alcuni giovani ad abbracciare la violenza come strumento di affermazione.
La rete offre a questi individui non solo una comunità che valida il loro odio, ma anche una narrazione coerente che giustifica l’azione estrema come risposta a un sistema percepito come oppressivo e inaccessibile. Se il sistema non trova un modo per rispondere a queste tensioni, rischiamo di assistere a un’ondata di estremismo senza precedenti, capace di ridefinire le dinamiche della violenza politica e sociale in Occidente.
Fonti principali:
- The New Yorker, intervista a Gia Tolentino
- Moral Understanding Lab, “The Assassination of a CEO”
- Friedrich Engels, “Omicidio sociale”
- Teorie sulla violenza strutturale (1969)
- Reportage su baby gang in Italia e USA
- Studi sulla radicalizzazione jihadista in Germania
- Indagini sul neonazismo in Scandinavia
- Analisi sulle reazioni online e sulla raccolta fondi per Luigi Mangione